NOI VOTIAMO LAURA E RICCARDO….

Tempo fa abbiamo visto una bella vignetta che diceva: “Direttore d’orchestra cerca orchestra… per cambiare musica“.
Della nuova orchestra di Emilio Delbono e del centrosinistra ci sono 2 meravigliosi musicisti: Riccardo Frati e Laura Venturi.
Li conosciamo bene, conosciamo le loro qualità, sarebbero capaci di grandi assoli ma preferiscono da sempre la coralità e l’affiatamento con il resto del gruppo.
 
Ricky, Laura, la loro musica colpisce, è vissuta, mai scontata.
Primum vivere” per restituire alla politica un orientamento sensato che faccia leva sulle loro esperienze, di cittadini bresciani, di lavoratori, di coniugi e di genitori.
 
La loro musica apre la sfida a un modello di sviluppo e di civiltà, che a Brescia intendono cambiare: ristabilendo il primato della vita sul consumo, della socialità sul mercato, della creatività sulla visibilità.
 
La loro musica ci interroga sui temi della crisi, del lavoro e della precarietà, temi fondamentali per la nostra città.
 
La loro musica è un inno alla scuola, alla giustizia sociale, alla tutela dell’ambiente, alla trasparenza e alla pulizia, alla partecipazione come antidoto alla crisi delle democrazie rappresentative.
 
La loro musica mescola politica, società civile, cultura delle differenze, coalizioni sociali, patti intergenerazionale.
 
Nella loro musica c’e’ l’immagine della Brescia che sogniamo, diversa da quella di oggi.
Con Riccardo e Laura, insieme ad Emilio Delbono, per un grande e memorabile concerto che cambi Brescia e ne faccia una città a misura dei nostri sogni.
 
Gianluca  Delbarba
Francesco Esposto
Antonio Vivenzi
Rossella Olivari
Massimo Balliana
Mariaregina Zanelli
Nino Di Bernardo
Niccolò Gatta
Giovanni Buizza

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VOTO RENZI, MA SCELGO PARTIRE DA BRESCIA

Le Primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra si avvicinano.

E’ giunta l’ora di scegliere.

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BRESCIA 2013: PENSIERI APERTI SULLA CITTA’

Mercoledì 12 settembre 2012 ore 18

Brescia, via Piamarta n°6

Sala Istituto Artigianelli

Le elezioni comunali di Brescia della primavera 2013 si avvicinano a lunghi passi, ma il dibattito intorno ai progetti politici per il futuro della città stenta a prendere quota.

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SI FA PRESTO A DIRE CATTOLICI

Nelle ultime settimane si sono susseguite a livello nazionale e locale convegni e riunioni con al centro la questione sempre dibattuta e mai risolta del ruolo dei cattolici in politica.
In particolare ci si è tornati ad interrogare sui compiti e sulle prospettive  dei cattolici all’interno del Partito Democratico.
E’ un tema che ciclicamente torna di attualità ma che si è da ultimo caratterizzato per la forte inquietudine ed il disagio che, sottotraccia o esplicitamente, è stato da più voci manifestato.
Prima di entrare nel merito della questione, mi paiono necessarie alcune fondamentali premesse che dovrebbero costituire patrimonio comune dei cattolici impegnati in politica, ma che, al contrario, sembrano spesso dimenticate.
Il cattolicesimo non può essere considerato alla stregua di una ideologia politica. Guai se si immaginasse una sovrapposizione tra le categorie della politica e della religione.
La religione è intrisa di universalità (cattolico deriva dal greco katholikòs che significa universale) la politica è, per definizione, parziale.
Ne consegue che la militanza di tutti i cattolici in un solo partito non è e non può essere una aspirazione in virtù della quale nascondere le differenze, talvolta fortissime, che sussistono tra le posizioni politiche dei singoli cattolici.
L’unico “contenitore” in cui deve necessariamente realizzarsi l’unità dei cattolici è la Chiesa, tutto il resto è frutto di libere convinzioni ed opzioni, che devono certo misurarsi  con il metro della coerenza ai valori professati, ma che non possono essere rinchiuse nel recinto di unanimità forzose.
L’essere cattolici non garantisce in ambito politico alcuna primazia o superiorità, semmai impone un più di inquietudine derivante dalla coscienza del divario, spesso enorme, che separa le realizzazioni umane dal modello di perfezione (santità) a cui il cattolico dovrebbe sentirsi chiamato.
Ne consegue, tra l’altro, che l’identità cattolica non deve mai essere utilizzata in politica per marcare il campo, per sottrarsi al dialogo con chi cattolico non è.
Il cattolico che assurga ad incarichi politici deve essere conscio, da un lato, di non potere arrogarsi il diritto di rappresentare tutte le variegate sensibilità del così detto “mondo cattolico” e tanto meno la Chiesa, dall’altro deve laicamente tendere al bene comune dei cittadini, siano essi cattolici o non cattolici.
Guai al politico che esercitasse il suo mandato con un’ ottica confessionale.

Se tali premesse sono vere, tutti coloro che dubitano in radice della possibilità per i cattolici di potere svolgere con efficacia la loro azione politica all’interno del Partito Democratico, partito per definizione laico, pluralista e non confessionale, dovrebbero acquietarsi: laicità, pluralismo, non confessionalità non sono elementi che nuocciono all’impegno politico di un cattolico, ma sono anzi elementi che dovrebbero, proprio per le ragioni sopra elencate, esaltarne le potenzialità.
Purchè, ovviamente, la laicità non si avvilisca nel laicismo, il pluralismo non diventi mero relativismo, la non confessionalità non diventi negazione del valore della religiosità e del ruolo della Chiesa , pericoli questi che sporadicamente fanno capolino nei ragionamenti di qualche esponente radical chic del PD, ma che non mi paiono certo maggioritari all’interno del partito.
Ma se non sussistono ostacoli teorici all’impegno dei cattolici nel Partito Democratico, ci si deve chiedere se, invece, non siano presenti motivi contingenti che giustifichino un disagio che c’è ed è diffuso.
Io sono convinto che le difficoltà esistano, ma siano da ricondursi non tanto  a complotti od ostracismi della componente non cattolica del PD ai danni di quella cattolica, bensì alle insufficienze ed alle tiepidezze che hanno caratterizzato l’azione politica dei cattolici – di tutti i cattolici e non solo di quelli che militano nel PD- negli ultimi anni della storia politica italiana.
Non è  una questione di mancanza di rappresentanza: all’interno del PD sono cattolici il Vice Segretario e la Presidente del Partito, è cattolico il Capogruppo alla Camera e molti altri influenti esponenti.
Non è certo una questione di prevaricazione della sensibilità dei cattolici sui temi etici, rispetto ai quali la linea ufficiale del Partito è sempre stata improntata a grande cautela.
Neppure ci si può lamentare per uno scivolamento del Partito nelle braccia della socialdemocrazia europea, posto che la paventata adesione al PSE, inaccettabile per molti cattolici ex democristiani, non pare più all’ordine del giorno.
No , il problema è un altro e deve essere individuato in quella che qualcuno ha efficacemente definito “l’afasia” che in questi ultimi anni ha colpito il “mondo cattolico”, proprio in riferimento a temi  sui quali i cattolici avrebbero invece dovuto testimoniare con forza e coerenza i loro valori.
Le gerarchie ecclesiali, pur non smettendo mai di richiamare al rispetto dei principi, solo di recente hanno finalmente alzato il tono della denuncia contro lo sfascio morale, prima ancora che politico, di cui il Berlusconismo si è reso responsabile.
I cattolici impegnati in politica, dal canto loro, hanno troppo spesso ritenuto che fosse sufficiente marcare il senso della loro presenza rendendosi interpreti (talvolta persino troppo zelanti) delle posizioni della Chiesa in materia di bioetica, ruolo importante certo, ma di certo non sufficiente.
Troppo flebili sono state le voci dei politici cattolici di critica al liberismo senza regole, alla finanza senza etica, alla moltiplicazione delle diseguaglianze.
Timide e talvolta reticenti le posizioni a favore delle politiche di accoglienza e di difesa degli ultimi.
Pressochè inesistenti le azioni concrete (nonostante i continui proclami ed i family days) a favore della famiglia.
Poco incisiva la difesa dell’europeismo, nonostante l’ideale di una Europa unita sia stato concepito e realizzato proprio grazie all’impegno di grandi statisti cattolici.
Insufficiente la reazione di fronte ai fenomeni del culto della personalità e del populismo demagogico che hanno ammorbato questi ultimi anni della politica italiana.
Troppi i silenzi compiacenti davanti alla palese incoerenza ed  alla doppie morali praticate o addirittura esibite da politici sedicenti cattolici.
E potrei proseguire a lungo.
Il problema dunque non sta nei “contenitori” in cui si esplica la presenza dei cattolici in politica, sta nei contenuti.
Si tratta per i cattolici di tornare protagonisti non rivendicando posti, non scavando trincee e marcando territori, non “stringendosi a coorte” contro chi proviene da storie diverse, ma ricominciando a lottare con convinzione e dedizione  per i grandi intramontabili ideali che hanno ispirato la storia del cattolicesimo in politica.
In questa prospettiva ci si accorge allora che il Partito Democratico può essere per i cattolici una casa non solo abitabile ma persino confortevole.
Si tratta di arredarla con mobili solidi, funzionali e scelti di comune accordo da tutti gli abitanti.
Difficile, certo, ma possibile. Dipende da noi.
Con un’ avvertenza: i convegni per “addetti ai lavori” sono importanti ed utili, ma ancor più utile sarebbe ascoltare le voci e le istanze che si levano dal mondo dell’associazionismo, dal volontariato, dai tanti sacerdoti che ogni giorno si sporcano le mani a servizio del prossimo: come si può pretendere di rappresentare il “mondo cattolico” se non si è prima disposti ad ascoltarlo?

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LA DECRESCITA FELICE E’ UN’ UTOPIA, MA LA CRESCITA INFELICE E’ UNA FOLLIA.

Note a margine dell’articolo di Gianluca Delbarba dal titolo:  “Quando non basta dire no”, pubblicato su Oltregibilterra il 5 luglio 2011.

Gianluca ha lanciato su questo sito una provocazione intelligente e stuzzicante, evocando dubbi che spesso vengono enunciati, ma troppo raramente approfonditi.

Ci si chiede:
- oggi la sinistra italiana non rischia di porsi come la parte politica che, seppure per difendere ideali e valori nobilissimi,  si oppone molto e propone poco? Non rischia di porsi in termini puramente conservativi, rifiutando la sfida con la modernità?
- In particolare, le convinzioni di coloro che, anche nel PD, hanno individuato nella tutela dell’ambiente e del territorio la nuova frontiera avanzata della azione politica, non rischiano di accreditare l’immagine di una sinistra che vagheggia un improponibile “ritorno al passato” , attratta dalla idea che una “decrescita felice” sia possibile se non auspicabile?
- E ancora, il movimentismo ambientalista non rischia spesso di cadere nelle distorsioni del “non nel mio giardino”, non rischia talvolta di tradursi in irrazionale populismo?

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CHI SARA’ IL CANDIDATO SINDACO DEL PD ALLE ELEZIONI DI BRESCIA DEL 2013

Domanda: chi sarà il Candidato Sindaco del PD alle elezioni di Brescia del 2013?

Risposta  : chi se ne frega!

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Programmazione urbanistica in Provincia di Brescia: è necessario cambiare rotta.

Ricordo che negli incontri a cui partecipavo durante le Primarie per l’elezione del Segretario Provinciale del PD, parlando di salvaguardia del territorio ripetevo come una sorta di mantra che “con l’urbanistica non si deve fare cassa”.
Intendevo denunciare quella posizione diffusa tra molti amministratori, anche di centrosinistra, secondo cui, a fronte della riduzione delle risorse necessarie per erogare servizi, sarebbe ineluttabile e giustificata la cementificazione del territorio per ottenere gli introiti (in particolare oneri di urbanizzazione ed ICI) indispensabili a “mantenere in piedi la baracca”.
Tale convinzione, unita purtroppo alla diffusa insensibilità di molti amministratori verso la tutela del bello e talvolta alla volontà dei medesimi di compiacere acriticamente le esigenze degli operatori (talvolta degli speculatori), ha causato negli ultimi anni in troppe zone della nostra Provincia veri e propri scempi: il territorio del basso Garda è stato per buona parte distrutto da vere e proprie colate di cemento, le pianure  abbondantemente ricoperte di capannoni  spesso costruiti solo per usufruire di benefici fiscali ed oggi vuoti, la città e l’hinterland riempiti di costosi appartamenti rimasti invenduti, ovunque sono sorti enormi  centri commerciali, talvolta inutili, quasi sempre orrendi.
Che l’ubriacatura di cemento stesse raggiungendo livelli intollerabili e che da anni si stesse gonfiando una vera e propria “bolla” era fenomeno evidente per chi avesse voluto guardare la realtà senza infingimenti, ma la politica ha preferito cavalcare l’onda: come troppo spesso accade ha assecondato i processi invece che guidarli, ha cercato di trarre vantaggio da ciò che avrebbe dovuto, se lungimirante, contenere.

Ho trovato piena conferma alle mie convinzioni nella recente ricerca “Fabbisogno di abitazioni a Brescia e nella Provincia”  redatta, su incarico della Cisl Lombardia, dal Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano.
Alcuni dati:
- il consumo medio annuo di suolo in Lombardia è pari a 7 volte il consumo medio nazionale,
- ogni anno la Lombardia cementifica lo 0,21% della superficie proprio territorio complessivo
- la Provincia lombarda che consuma annualmente in termini assoluti la maggiore estensione di suolo (929 ha/anno nel periodo 1999/2004) è Brescia,
- l’Italia ha un patrimonio di edilizia pubblica pari al 4,5% del totale delle abitazioni, a fronte del 34,60 dei Paesi Bassi, del 21% della Svezia, ma anche del 17% della Francia e del 6,5 della Germania,
- da qui al 2018 si stima per la Provincia di Brescia un fabbisogno non soddisfatto di 134.358 vani di edilizia sociale (24.155 nel solo capoluogo) e di 37.690 di edilizia convenzionata (7.692 nel capoluogo) mentre si prevede un eccesso di 107.081 vani di edilizia libera (5.460 nel capoluogo).

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La Lega non è razzista? Parliamone……

Il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, in una recente intervista alla Padania ha dichiarato : “ Non ho bisogno che qualcuno mi spieghi che la Lega non è razzista. Lo so.”

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