LA POLVERIERA DI MOMPIANO E’ STATA APERTA ALLA VISITA DEI CITTADINI

Ci permettiamo di postare sul nostro blog la lettera di Claudio Buizza apparsa domenica 23 Ottobre 2001 sul Bresciaoggi.

Egregio direttore, domenica 16 ottobre la Polveriera di Mompiano è stata aperta alla visita dei cittadini. Grazie all´impegno generoso del FAI e di numerose associazioni di volontariato i cancelli della vasta area sono rimasti aperti per tutta la giornata e si sono svolte visite guidate cui ho partecipato con la mia famiglia.
Migliaia di persone di tutte le età hanno percorso questi luoghi così suggestivi e unici ed ascoltato guide competenti che con passione hanno svelato misteri e raccontato storie sconosciute ai più. Tutti accomunati dalla speranza che la Polveriera, nella sua unicità per estensione, posizione e caratteristiche, possa diventare uno spazio aperto a tutti i bresciani, una palestra nella natura, un luogo di cultura e di sviluppo della sensibilità ambientali e più semplicemente uno spazio raccolto ed organizzato per trascorrere il tempo libero in pace.
In fondo una prima semplice sistemazione dell´area, n! ell´attesa di un progetto compiuto, avrebbe dei costi che il nostro comune potrebbe sostenere tranquillamente, tanto più se risultasse confermata la notizia che verranno investiti 2,5 milioni di euro per l´acquisto di un fabbricato da destinare ad un nuovo posto di polizia in via San Faustino (sarebbe stato assai istruttivo ed interessante far scegliere ai cittadini tra le due opzioni, non avendo personalmente dubbi circa l´esito).
Quasi contemporaneamente sulla Maddalena era organizzata una gara di mountain bike per il cui svolgimento un pezzo di monte è stato gravemente manomesso. Poiché qualcuno ha minimizzato le apprensioni, chiunque potrà rendersi conto di ciò che è stato fatto recandosi sul posto di persona e vedere gli scavi per la formazione delle piste e altre manomissioni di vario genere, compresi i cartelli di divieto di transito ai pedoni (contraddizione macroscopica trovarli in un bosco nella città). Ciò che sorprende è che ciò si! a avvenuto con il patrocinio del Comune di Brescia e – addirit! tura – del Parco delle Colline, ufficio che ha la responsabilità della tutela, salvaguardia e manutenzione della Maddalena. E´ un po´ come se la Soprintendenza patrocinasse un rally automobilistico in Centro Storico.
Io penso che i due eventi non possano convivere e che anzi siano espressioni di due modi alternativi e non compatibili di vivere la natura. La Maddalena ed i bresciani hanno bisogno di attenzione, di cura continua, di sensibilità ambientale, evitando le kermesse, le alterazioni incomprensibili per quanto “provvisorie” che nulla hanno a che fare con il rispetto dell´ambiente e con un modo moderno e responsabile di vivere la natura. Con il massimo rispetto per chi ama le acrobazie in bicicletta, per i quali occorre trovare i luoghi più adatti. Non certo la Maddalena, che ha necessità del tutto diverse.
Claudio Buizza

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SOCIETA’ PUBBLICHE, UN PATRIMONIO DA SALVARE

La nascita delle “municipalizzate”.
La municipalizzazione dei servizi pubblici fu tra il XIX ed il XX secolo uno dei capisaldi programmatici del riformismo. L’idea di una politica comunale più intraprendente,
che irrompesse in alcune sfere fino a quel momento riservate all’iniziativa privata, quali la fornitura di acqua, gas, elettricità, trasporti, e molto altro, nacque allora all’interno del dibattito
dei movimenti e partiti progressisti del Vecchio Continente.
Nel 1903 in Italia fu approvata una legge, caldeggiata dai socialisti e dai cattolici e sostenuta poi dal Governo Giolitti, che regolamentava le municipalizzazioni e che diede impulso allo sviluppo delle aziende municipalizzate: queste passarono dalle 26 del 1904 alle 74 del 1908 e alle 158 del 1926.
Avvenne anche a Brescia. Il 3 febbraio 1907, i cittadini furono chiamati a votare per un referendum municipale. Il quesito era semplice: il Comune doveva avocare a sé la gestione del servizio di trasporto tranviario? Il risultato vide il 68,6% di essi rispondere favorevolmente: il dado era tratto. La municipalizzazione fu effettiva un anno e mezzo più tardi. (Corsi e ricorsi: anche nel 2011 un referendum ha segnato in maniera decisiva il panorama dei servizi pubblici e sempre oggi Brescia sta vivendo un periodo di transizione verso la “rivoluzione” del sistema dei
trasporti per e dentro la città).
L’esperienza delle aziende municipalizzate si estese e consolidò in Europa nel corso di gran parte del ‘900, almeno fino agli anni ’80, quando si è registrata una prima significativa inversione di tendenza: nel quadrodelle politiche avviate in alcuni in alcuni paesi all’inizio del decennio, e di fronte agli ingenti debiti accumulati da numerose amministrazioni comunali, si è assistito alla privatizzazione di aziende municipalizzate, con conseguente ritorno alla gestione privata dei servizi.

I giorni nostri e il referendum del 12 e 13 giugno. Se quello di efficientare e rendere più trasparenti le aziende pubbliche può essere considerato un obiettivo universalmente condiviso, ritengo, invece, che l’idea di chiuderle o privatizzarle sia una scelta deleteria, e frutto, nella migliore delle ipotesi, di una visione demagogica e populista inaccettabile, anche se negli ultimi anni sostenuta da un ampio schieramento bipartisan.
L’approvazione del quesito numero 1 nelle recenti consultazioni referendarie svoltesi nel mese di giugno ha abrogato l’art. 23–bis del D.L. 112/2008. Va peraltro precisato che giuridicamente il referendum riguardava non il solo servizio idrico integrato bensì la generalità dei servizi pubblici locali.
Nel nostro Paese le Pubbliche Amministrazioni potranno pertanto scegliere di affidare i servizi pubblici locali:
• direttamente a società controllate dagli enti locali;
• a società miste pubblico–private (senza più percentuali minime richieste per la presenza dei privati);
• tramite gare ad evidenza pubblica.
La norma abrogata era certo liberista ma profondamente illiberale, centralista e per nulla federalista, impedendo di fatto ai territori di scegliere liberamente come e a chi, nel rispetto
di trasparenza ed economicità, affidare la gestione dei servizi e anzi volendo colpire pesantemente la realtà delle società pubbliche operanti in tali settori, che fossero baracconi senza senso o esperienze esemplari di buona gestione.
Due sono i limiti più evidenti della “abrogata” riforma dei servizi pubblici:
• la erronea convinzione che processi di liberalizzazione coincidessero con processi di privatizzazione coatta. Avrebbe senso imporre di privatizzare aziende pubbliche sane? Se l’apertura del capitale pubblico a soggetti privati è frutto di una libera scelta della proprietà
e può portare anche a risultati economici, patrimoniali e finanziari positivi, imporre una privatizzazione significa far decidere le condizioni economiche di tale operazione al mercato, non certo all’attuale proprietà. Dobbiamo davvero privatizzare, a Brescia, aziende che ci garantiscono una delle dieci tariffe del servizio idrico più basse d’Italia a fronte di un servizio di grande qualità e di un significativo impegno in termini di investimenti? O che fatturano una tariffa dell’igiene ambientale contenuta, unita a livelli di raccolta differenziata vicini, nei comuni più virtuosi,
all’80%? O che estendono le reti dei sottoservizi in generale, riqualificano la rete di illuminazione
pubblica, producono energia rinnovabile, teleriscaldano la città e i nostri paesi, cercano fluidi geotermici nel sottosuolo e distribuiscono utili ai comuni?
• La socializzazione dei profitti generati da buone esperienze di gestione pubblica, in questi settori, è ancora da considerarsi un fattore con ricadute positive sulle comunità servite? Se quegli utili diventano dividendi che danno ossigeno a bilanci degli enti locali in particolare sofferenza, o reinvestimenti in opere pubbliche, o ancora contenimento delle tariffe, vale davvero la pena “regalare” questi mercati alle sole aziende private?

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CRISI ECONOMICA. La sfida: nuovi modelli e nuova classe dirigente

Continuano ad essere tempi duri, per l’Italia, per tutti noi. La crisi non accenna ad alleggerire la morsa, mette in ginocchio le nostre imprese, mina la serenità delle nostre famiglie.
È arrivata anche qui, in Lombardia, a Brescia. In un territorio abituato a crescere e prosperare. Insomma anche noi non siamo più un’isola felice. Ma al tempo stesso non vogliamo rassegnarci a un destino di declino che a molti sembra inevitabile.
Convincersi che tutto sia perduto di certo non aiuta a fronteggiare la crisi con la determinazione necessaria. Abbiamo conosciuto cinquanta anni di progresso che ha migliorato sensibilmente la qualità delle nostre vite. In una fase economica di sviluppo che sembrava non avesse limiti, ci stavamo concentrando sul livello complessivo della qualità delle nostre vite, chiedendoci, come ha fatto un commentatore bresciano, se «valesse davvero la pena di vivere una vita fondata sull’assillo del mutuo, sul respiro inquinato, su ore confuse da una finta comunicazione in tempo reale e di massa, in aree anonimamente indifferenti e scadenti sul piano affettivo, più o meno metropolitane. Se fosse normale vivere tante ore così, su strada, lavoro e stanchezza. Su come vorremmo vivere. Il tema dei temi».
Oggi il compito è più complicato: immaginare una strada nuova per tornare a crescere senza dimenticare il tema della qualità della vita. Tenere insieme le due cose, due concetti inscindibili. Quale industria, quale artigianato, quali servizi pubblici, quale sistema potranno farci recuperare competitività sui mercati, e dar vita a una nuova, duratura e diversa, stagione di crescita? Come non dare ragione a quegli economisti progressisti, come Laura Pennacchi e Giulio Sapelli per citarne solo due, che denunciano chiaramente i limiti dell’attuale sistema economico e concretamente cercano di indicare possibili sbocchi e intuizioni interessanti?
Per prima cosa va combattuta la tendenza della nuova economia di caratterizzarsi per bassi livelli di occupazione, tanto è vero che anche nelle economie che corrono i dati sulla disoccupazione allarmano e non poco. Può la sola efficienza produttiva garantire sviluppo, oppure, come riteniamo più giusto ed efficace, occorre cercare di dare vita a un nuovo ciclo di piena e buona occupazione? «La disoccupazione si rivela in tal modo una sorta di pantano morale in cui ci si abitua a vivere. E dal pantano non cresce il grano» scrive proprio Giulio Sapelli.
Pensiamo poi che vada orientata la crescita verso un nuovo modello di sviluppo, il che vuol dire rilanciare la crescita, ma anche cambiarne natura e struttura, riequilibrando verso la domanda interna e i consumi collettivi quei sistemi produttivi troppo orientati all’export e alla finanza pura, concentrati sui consumi individuali sfrenati e sostenuti da una crescita esponenziale del debito, che continua a rimanere una delle forme più perverse di squilibrio generazionale, scaricandone il peso e il fardello sulle generazioni future. La crisi economico-finanziaria non è, infatti, un incidente di percorso.
Per questo il nuovo modello di sviluppo dovrà basarsi su alcuni punti fissi:
1.un ridimensionamento del peso della finanza speculativa nell’economia, restituendo valore all’economia produttiva reale, l’unica in grado di garantire sviluppo, occupazione e benessere anche nel lungo periodo;
2.una distribuzione più equa delle risorse e una ripartizione più giusta del carico fiscale, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, nella consapevolezza che le società più eguali sono quelle che reggono meglio nei momenti di crisi e conseguono performance migliori nei momenti di crescita;
3.un serio programma, in particolare per i Paesi con un debito pubblico elevato come l’Italia, di risanamento, colpendo le grandi rendite e la grande evasione e chiedendo un contributo – necessariamente ordinario vista la straordinarietà della situazione – ai grandi patrimoni;
4.un grande rilancio degli investimenti in due direzioni: riqualificazione ambientale dell’apparato produttivo (green economy) da un lato, beni pubblici e beni comuni dall’altro; dove protagonisti dovranno essere tutti le istituzioni del Paese (dagli enti locali allo Stato centrale), il che richiederà una nuova fase di socializzazione dell’investimento (pensiamo per esempio alla Banca pubblica per le infrastrutture voluta da Obama negli Stati Uniti);
5.un forte impegno, infine, nei confronti del grande tema della conoscenza, investendo su scuola, università, ricerca, insomma sul nostro futuro.
La sfida è dunque il cambiamento. E se questa è la sfida, anche, e con sempre maggiore insistenza, va accompagnata alla richiesta improcrastinabile di un rinnovamento della classe dirigente del Paese che può, anzi deve, essere anche generazionale. Può apparire ingeneroso ed eccessivo. Ma è necessario. Nessun cambiamento radicale di sistema potrà essere costruito senza un investimento serio e profondo sugli attori chiamati a costruirlo.
Ce la faremo. Non sappiamo ancora come, ma arriverà, prima o poi, il giorno in cui l’economia tornerà ad essere regolata, come è giusto e doveroso che sia, da una politica nuova, nei contenuti e nelle persone.
Gianluca Delbarba
Michele Orlando
Michele Scalvenzi

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PD: EPPUR SI MUOVE

Mentre assistiamo all’agonia del governo, all’epilogo dell’era berlusconiana e, purtroppo, alla crisi che attanaglia il nostro Paese, il PD cerca di mettersi in movimento.
Lo fa in forme diverse e articolate.
Tra queste troviamo particolarmente interessante l’iniziativa con Debora Serracchiani e Giuseppe Civati il 22 e 23 ottobre in Piazza Maggiore a Bologna.
Interessante perché forte è la voglia di cambiamento e di futuro che vi scorgiamo. 
Abbiamo conosciuto Debora e Giuseppe nei mesi scorsi, in occasione di alcune delle iniziative che li hanno visti attivi a Brescia e provincia.
Vediamo in loro quella stessa voglia di cambiamento che ha caratterizzato, e ancora oggi permea, l’impegno politico, nostro e di tanti amici, dentro il Partito Democratico Bresciano.
Ricordiamo ancora la lettera che Debora Serracchiani ci scrisse in occasione delle ultime primarie provinciali e aspettiamo con attenzione il prossimo appuntamento che vedrà Civati protagonista a Brescia.
È dentro questa voglia di cambiamento che vediam una delle strade che il PD deve percorrere per convincere gli italiani e tornare ad assumere un ruolo di governo di questo Paese malato.
Molti amici partiranno per Bologna (e molti stanno organizzando anche trasferte comunitarie). Lo faremo con ogni probabilità anche noi.
Sì ci metteremo in viaggio, sempre più convinti che la politica debba tornare ad essere “quel viaggio che rende possibile gli incontri”.
 
Riccardo Frati
Gianluca Delbarba

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