ALLA CHIESA CHIEDIAMO DI RIBADIRE LA SCELTA DEI POVERI

In un periodo di crisi, in cui si invoca più sobrietà, come stile di vita, vorremmo che la Chiesa italiana avesse a rilanciare, con maggiore  determinazione, la scelta dei poveri indicata dal Concilio.

Gesù nel primo discorso nella Sinagoga di Cafarnao ha detto : “sono venuto ad annunciare la Buona novella ai poveri, a proclamare la libertà ai prigionieri, ad annunciare un anno di grazia… “
La scelta preferenziale dei poveri esige un forte impegno per la giustizia sociale, che, a sua volta, richiede una lotta convinta contro ogni forma di illegalità, menzogna e sopruso.
Questo è il modello di Chiesa che vorremmo avere, quale “Madre e maestra”.
Allora ci domandiamo: dove sono finiti importanti documenti della  CEI come “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese “ 1981, con un esplicito invito a crescere insieme, tenendo conto di coloro che erano sprovvisti di casa, lavoro, salute…; “Evangelizzare il sociale” e Stato sociale ed educazione alla socialità, per non perdere il senso sociale del vivere; Educare alla legalità, per una cultura della legalità nel nostro Paese, del 4 Ottobre 1991.
Perché, da una quindicina d’anni, assistiamo all’abbandono dell’impegno della Gerarchia ecclesiastica, che sarebbe stato indispensabile per evitare l’affermarsi di un individualismo esasperato che alimenta l’egoismo più becero e senza limiti ? 
Fino a quando dovremo attendere una esplicita denuncia relativa al modello culturale, sociale e politico che si è consolidato, quale primo responsabile della cancellazione di ogni forma di solidarietà, pratica, ma anche ideale ?
Una Chiesa preoccupata soltanto di difendere alcuni valori etici, poco o mai propositiva nel formare le coscienze, che dimentica, o misconosce, l’insegnamento del Concilio Vaticano II°, rischia di perdere anche il suo impegno missionario.

Read More

APOLOGO SULL’ONESTA NEL PAESE DEI CORROTTI

Grazie ad un blog di Repubblica.it ho potuto conoscere questo bellissimo scritto di Italo Calvino, che ha 31 anni ma è perfetto anche per oggi.
Probabilmente sono l’unico a non conoscerlo, ma è comunque utile diffonderlo.

Io ci leggo, aldilà dell’attualità sul malandato sistema italia che si mantiene nonostante il passare degli anni, un forte monito a non “autogiustificarsi”.

Read More

UN SOFFIO D’ANIMA IN PIU’, COME NEL ’79

Non poteva che iniziare e concludersi con il vescovo Luigi Morstabilini la settimana di apertura dell’Anno Pastorale dedicata al tema «Chiesa nella città», ma anche annuncio dell’Anno Sinodale che il prossimo anno dovrà pronunciarsi sulle «unità pastorali» pensate come risposta ai bisogni di una Chiesa locale costretta a dosare la sua presenza sul numero dei sacerdoti (sempre più esiguo) piuttosto che sulla volontà di «essere» ovunque vi siano cristiani che vogliono fare comunità.
MONSIGNOR Luigi Morstabilini, vescovo di Brescia dal 1964 al 1983, si mise in cammino pastorale per incontrare prima le zone e poi ogni singola parrocchia e che, alla fine del lungo itinerario, indisse e celebrò – dal 6 all’8 dicembre 1979 – l’ultimo Sinodo della Chiesa bresciana.
Lunedì sera, in apertura della settimana, nella chiesa di San Giuseppe, quel tempo e il suo pastore sono stati offerti alla città sotto forma di rappresentazione teatrale: un monologo appassionato per riassumere parole, pensieri, sofferenze e speranze di un vescovo che alla sua Chiesa offrì, in maniera straordinaria, tutto se stesso.
«Quel vescovo mite e sapiente, sempre in ascolto, sempre aperto al dialogo, sempre disponibile ad accogliere, consigliare e perdonare indicò alla sua Chiesa, la chiesa di Brescia, la strada sulla quale camminare per costruire un’autentica comunità alla luce delle novità che il Concilio Vaticano II dettava e proponeva all’attenzione di tutti i cristiani». ha ricordato monsignor Giacomo Canobbio, delegato episcopale per la cultura della diocesi, introducendo la serata.
IL VESCOVO Morstabilini – ha aggiunto Canobbio – «con coraggio e lungimiranza partì dal Concilio, che lui visse intensamente, e approdò, insieme ai fedeli a lui affidati, alla celebrazione del Sinodo».
Quell’evento divenne momento di riflessione, ma anche revisione del cammino compiuto e proposta di azioni e impegni che dessero concretezza all’imperativo che il Sinodo Diocesano si era prefissato. «Per una chiesa comunità che segue e annuncia Cristo», tema generale del Sinodo, divenne impegno primario dell’intera diocesi e rappresentò quel «soffio d’anima in più» auspicato e atteso per favorire l’edificazione di una «nuova città» per l’uomo.
Oggi come ieri il vescovo Morstabilini appare in tutta la sua grandezza: mite, devoto, fedele, coraggioso, generoso, lungimirante. Facendo memoria del Pastore che per 19 anni ha guidato la diocesi bresciana si è rinnovato il ricordo, si è ulteriormente arricchito il racconto di giorni e anni già lontani, si è fatta intensa la preghiera e nitida è tornata l’immagine del cammino che monsignor Luigi onorò fino alla fine del suo mandato di vescovo e anche oltre, fino alla sua morte, avvenuta nel 1989.
DI FRONTE al nuovo Sinodo a tutti i cristiani della Chiesa bresciana è chiesto di avere coraggio nel professare la propria fede, di essere aperti alla carità, di alimentare la speranza. Ciascun credente, poco importa se fervente, semplicemente tiepido oppure lontano, può e deve contribuire alla edificazione di una «nuova città» (che non è una entità geografica predefinita, ma l’insieme di luoghi e paesi diversi): una «città» per l’uomo, chiunque esso sia e quale sia la sua provenienza; uomini e donne – persone, cittadini – capaci di essere comunità; soprattutto, una Chiesa spalancata alle novità, ma saldamente ancorata al Vangelo.
Di fronte c’è una «città» che soffre, intristita da troppe polemiche e dal perdurare di una crisi che non concede margini all’ottimismo. Trentadue anni fa Cesare Trebeschi, allora sindaco, paragonò la «città» che celebrava il Sinodo al viandante che i predatori avevano derubato e ferito abbandonandolo poi sulla strada in balia degli eventi. «Quel viandante – disse allora Trebeschi – aveva bisogno d’aiuto. Passarono in tanti, ma solo un Samaritano, uno straniero, si fermò per aiutare e provvedere, anche materialmente, affinché lo sventurato fosse accolto, medicato e guarito. Questa città ha bisogno di nuovi e buoni Samaritani che la aiutino a guarire a rimettersi in cammino».
CESARE TREBESCHI per concludere il suo appassionato intervento davanti al Sinodo usò una frase che allora fece scalpore e oggi, a distanza di 32 anni, resta attuale. «Questa città – disse ai cristiani riuniti per il Sinodo – per risorgere ha bisogno di un soffio d’anima in più». Affollavano la chiesa del Centro Pastorale Paolo VI (alla quale era stato aggiunto un soppalco a gradoni) 450 delegati. E 253, la maggioranza,per precisa volontà del vescovo Morstabilini, che in tal modo rendeva testimonianza al Concilio, erano laici. Tutti applaudirono, tutti sottoscrissero quell’appassionato appello. Sulla città dolente si sviluppò nei mesi successivi un dibattito che coinvolse l’ecclesiastico, il produttivo, il sociale e il culturale. Rispondendo a una nostra domanda su chi per primo doveva alitare sulla città il «soffio d’anima» invocato dal Sindaco, monsignor Luigi Morstabilini disse che non era il caso di preparare un ordine di partenza, ma semplicemente di fare quel che il buon Samaritano aveva già fatto. «Al resto – sussurrò il vescovo passandoci accanto – provvederà di sicuro il Buon Dio».
Ancora a Cesare Trebeschi – oggi felicemente «vecchio», ma ancora attuale e giovane – abbiamo chiesto quale «città» si presenta al nuovo Sinodo della Chiesa bresciana.
«Purtroppo, sebbene siano passati tanti anni e siano cresciuti affari e guadagni – ci ha risposto – questa città è malata, sofferente, ansiosa e piena di inquietudini, ancora incapace di accogliere, ancora restia a sentirsi vera comunità». Questa città, anche adesso, ha bisogno di «un soffio d’anima in più», per risorgere e camminare verso una più autentica comunità.
NON MANCANO segnali positivi affinché tutto ciò si avveri. Prima dell’annuncio ufficiale dell’Anno Sinodale, ieri mattina, la «vita consacrata» della diocesi (religiosi e religiose appartenenti ad ordini e congregazioni diversi), ha posto nella mani del vescovo Monari la propria disponibilità ad essere testimone e artefice del cambiamento richiesto. Sempre ieri, nel pomeriggio in Cattedrale,centinaia di catechisti, riuniti per la loro assemblea, hanno mostrato alla «città» l’altra faccia del mondo giovanile: pronto all’impegno, disposto a mettersi in gioco, coraggioso nel proclamare il Vangelo per chiunque ha orecchie per intenderne la grandezza, l’unicità e la specificità e cuore disposto ad accoglierlo e a trasformarlo in gesti di amore per il prossimo. I catechisti hanno di nuovo stupito: chi le pensava fuori dal mondo deve ricredersi: sono nel mondo; chi li pensava in via d’estinzione, provi a ricontarli: sono davvero tanti.
QUESTI E ALTRI segni inducono ad avere fiducia. Il «nuovo» Sinodo della Chiesa bresciana può e deve confermarli. Al resto, come sempre, «provvederà il Buon Dio».

Luciano Costa

Read More

D come DANIMARCA, D come DONNA

In Danimarca ha vinto il centrosinistra e Helle Thorning-Schmidt,  leader del Partito socialdemocratico, è diventata la prima donna premier della storia danese.
Della buona notizia mi piace soprattutto la lettera D: D come Danimarca ma soprattutto d come  donna. “Il fattore D” non e’ solo il titolo di un bel libro di Maurizio Ferrera che dimostra come il lavoro femminile rappresenti il motore della crescita dell’economia ma e’ uno dei temi sui quali dovremmo tutti riflettere, da semplici cittadini, da politici, da economisti, da madri e padri.
Una recente indagine Eurostat ricordava, a chi lo avesse dimenticato, come (anche) rispetto all’occupazione femminile siamo in coda tra i Paesi dell’Unione Europea: diminuisce dopo il primo figlio, crolla dopo il secondo. Solo Malta è messa peggio di noi. L’aiuto quotidiano dei nonni è indispensabile per trenta italiane su cento, percentuale che passa al due per cento nel caso delle donne  danesi e svedesi. E poi carriere che si bloccano alla prima gravidanza, part time e telelavoro che non decollano.Prossimamente anche in Italia vedremo qualche donna nei Cda delle società quotate (per merito e per imposizione di legge). Ma non basta.
Molto spetta alla politica, molto agli uomini, moltissimo alle donne.
Percorrere una strada di impegno, serietà e fatica in un paese che soprattutto alle donne propone scorciatoie continue e che trascura le politiche per le donne e la famiglia, non e’ facile. Ma è solo , o soprattutto, dalle donne possono nascere modelli da seguire per altre donne.
Cerchiamo di dimostrare che si e’ aperta una nuova stagione anche per noi!
Laura Venturi

Read More

RICORDANDO MINO

Due giorni fa ci ha lasciato, oggi la sua città gli ha dato l’estremo saluto.
Questa mattina sotto gli archi della Loggia si potevano vedere due cortei, diversi ma entrambi silenziosi: una lenta processione saliva, composta, nella camera del consiglio comunale per essere con lui un’ ultima volta, l’altra sfilava placida e mesta, le bandiere rosse quasi a mezz’asta mai scosse da una folata di vento. Le persone scorrevano ma tutto sembrava immobile, in un silenzio quasi irreale per una piazza come quella, il cielo era grigio. Ho pensato non fosse certo un momento per stare allegri; molti di noi, nella sala che mi sovrastava, prendevano coscienza di una perdita per poi scendere e vedere persone che chiedevano di non perdere ancora di più.
La realtà è apparsa così ai miei occhi: in un colpo non avevo più una guida, in un colpo ho sentito la gente impaurita, preoccupata e sfiduciata reclamare una guida che all’orizzonte non si vede.
Nell’uomo che giaceva in quel palazzo avevo sempre avuto la certezza che avrei trovato una risposta, non la soluzione ai problemi ma una risposta, fosse anche stata: “ La politica ha i suoi limiti”.
Un anno e mezzo fa lo avevo sentito solo nominare, durante le primarie del nostro partito l’ho scorto attraverso sue citazioni finché, un giorno, l’ho visto e ascoltato per la prima volta. Un po’ scettica, lo ammetto, volevo convincermi da me che era quel “monumento” che mi dicevano. Superò tutte le mie aspettative e, quasi, mi persi in quella mente che sapeva collegare tante cose, vedere tante sfumature e condurre con sicurezza su sentieri che mai avrei saputo immaginare. Condiva il tutto il buonsenso, che esprimeva in brevissime battute, quando i discorsi si facevano troppo aggrovigliati per dare un qualche frutto. Ragionare si può, anzi si deve ma: “Il fatto è che non basta partire, bisogna arrivare, possibilmente in tempo” consapevoli anche che “alla fine si viaggia solo per tornare”.
Ne ho apprezzato la lucidità, la chiarezza, la lungimiranza. Pur non avendo più nulla da guadagnare da questo scalcagnato mondo politico con pazienza, come un Prof. con la classe che fa fatica ad afferrare il concetto, dava le sue spiegazioni, senza mai imporle, avendo a cuore quegli alunni e quelli che avrebbero dovuto venire dopo di loro. Forse è stato l’unico che ho sentito sinceramente
preoccupato dei giovani anche se non certo un “giovanilista”. Ciò che non è nella misura non credo gli appartenesse di certo.
Una sera chiesi a Pietro, Riccardo e Gianbattista se la politica non avesse il dovere di educare la
popolazione, di dire i valori giusti. Mi risposero che la politica aveva i suoi limiti. Io non capivo
bene quali. Non si dice forse volere è potere? La politica non ha forse il compito di risolvere i
problemi? Non è forse la bacchetta magica per cambiare le cose?
Qualche mese dopo, mentre girovagavo tra gli scaffali della mia biblioteca, lui mi venne in aiuto: Il
limite della politica, di Mino Martinazzoli.
Non ho cavato tutto il possibile, certo, è uno di quei libri che devi rileggere mentre cresci perché,
alla luce di altre esperienze di vita, sa dirti sempre qualcosa di più ma, per lo meno, mi son data
qualche direzione: la politica cerca il compromesso possibile tra le varie esigenze di una comunità;
si deve occupare di prendere in considerazioni le spinte che vengono dalla società traducendole in
leggi anche se, non sempre, chi è al governo può condividerle ma deve essere consapevole che non può esimersi dal dare risposte; la politica fa ciò che è possibile non concretizza sogni; volere non vuol dire realizzare vuol dire, al massimo, riuscire a spostare un piccolo sasso avendo come faro il rispetto per gli altri…
Questi i ricordi e la consapevolezza che l’avevo visto alcune volte anche se, certamente, non
abbastanza.
Con questo grigiore addosso me ne sono tornata a casa finché dal finestrino dell’autobus ho visto
una bambina: 8-10 anni, abbronzata, riccioli biondi disciplinati da un cerchietto che si
appoggiavano su un vestitino a quadri bianchi e rossi, teneva a bada il suo cagnolino con un’energia resa comica dallo zigzagare imposto al povero animale. Ho sorriso con lei e ho deciso: dovevo cambiare passo! Dovevo mettere Mino nella galleria dei buoni esempi e prendermi la briga di cominciare a pensare a chi sarà dopo di me. Lui, credo, avrebbe fatto così, non si è tirato indietro anche quando il suo Paese era sull’orlo di una guerra civile, sconvolto da attentati a ogni piè sospinto: a noi non è permesso di lasciarci andare al panico, alla disperazione o alla paura con tutto quello che ci aspetta da fare.

Brescia, 6 settembre 2011

Read More