QUELLI CHE RISCHIANO

Qualche settimana fa passava in radio la pubblicità di una associazione di categoria degli artigiani e delle piccole medie imprese, che diceva: “Se non ci fossero quelli tosti come noi che davvero rischiano in proprio, che fine farebbe questo paese?” Più che uno spot, sembrava un inno per motivare i piccoli imprenditori a continuare nonostante le difficoltà.
Imprenditori che da molti mesi ormai “resistono”. La parola resistere mal si addice a questa categoria, abituata a verbi più “attivi”: agire, intraprendere, provare, rischiare. Resistere significa mettersi in difesa, arretrare, tenere la posizione in attesa di tempi migliori. Le storiche differenze tra le categorie sembrano cadere: sono in difficoltà i lavoratori dipendenti, ma anche i “padroni” non se la passano meglio. Certo, c’è chi ne approfitta, utilizzando la cassa integrazione quando potrebbe farne a meno, oppure ricattando i lavoratori con contratti al ribasso minacciando la chiusura degli stabilimenti.
Ma ci sono migliaia di imprenditori legati alla propria azienda, che hanno “sposato” la propria attività e non rinunciano ad essa nemmeno davanti alle difficoltà più grandi, mettendo in gioco tutto quello che hanno. Chi decide oggi di aprire un’attività accetta una sfida, accetta il rischio, gioca la partita. Così come decide di rischiare chi oggi, precario, decide di mettere su famiglia.
E allora viene da chiedersi chi siano questi coraggiosi, perché decidano di rischiare, cosa li spinge a farlo. Cosa convince tanti a rischiare qui in Italia, dove le condizioni sembrano essere pessime: burocrazia pesante, un fisco che non viene riformato nonostante le innumerevoli promesse, un paese che conta sempre meno nel panorama internazionale con un governo incapace di essere autorevole.
Probabilmente, molto più di quanto pensiamo, gli italiani sono legati al loro paese. Anche se potrebbero andare all’estero con contratti di lavoro seri, tanti ragazzi rimangono a fare i ricercatori in Italia seppur precari. Anche se sarebbe più conveniente de-localizzare in qualche paese dell’est Europa, tanti imprenditori preferiscono andare avanti qui, mantenendo l’azienda lì dove è nata, dove si è sviluppata, dove è cresciuta insieme ai suoi lavoratori.
Quelli che rischiano in Italia sono tanti, lavoratori diversi ma che in comune hanno la fiducia per un paese che, nonostante tutto, va avanti e sta in piedi proprio per la voglia di fare dei suoi cittadini (imprenditori e non). Che, magari senza rendersene conto, fanno tutti i giorni il loro dovere di cittadini semplicemente lavorando. Giovanni Falcone ha detto che “perché una società vada bene, si muova nel progresso […] per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere.” Fare il proprio dovere significa, in una Repubblica fondata sul lavoro, lavorare con serietà ed impegno, coscienti che è dallo sforzo di ognuno che passa il progresso di tutti. Un paese in difficoltà non può pensare di rimettersi grazie ad un “eroe” catapultato da chissà dove, capace di risolvere tutti i problemi: l’abbiamo già provato, e non ha funzionato. Un paese in difficoltà ha bisogno che tutti i suoi cittadini si preoccupino, ognuno per la sua parte, del suo bene. Ha bisogno che ognuno si prenda il proprio pezzetto di rischio, lo accetti e lo affronti, senza prendere la strada breve della facile lamentela, della scorciatoia, del pessimismo cosmico.
Se decideremo di rischiare mi raccomando, che nessuno si aspetti una ricompensa: seguiamo l’esempio del Marchionne messo in scena da Crozza, che saggiamente dice: “non voglio che mi si dica grazie”.

Pierluigi Labolani

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DAL “DIARIO DI UNA NEO-CONSIGLIERA COMUNALE”

i sono stati giorni veramente intensi, nei quali si era più pessimisti del solito. Mi chiedevo assiduamente cosa sarebbe successo e avrei voluto guardare in una sfera di cristallo per scoprire il futuro, capire cioè se stavamo perdendo tempo oppure no.
La mia prima esperienza di campagna elettorale, non ancora 22enne…
Poi è arrivato il periodo dei volantinaggi intensivi e delle riunioni fino a tardi, quando gli occhi cominciavano a bruciare dal sonno.
Qualche volta mi percorreva un brivido, se pensavo alla vittoria…Altre volte riflettevo sul fatto che probabilmente mi stavo sopravvalutando e mi prendeva letteralmente un’ansia “da prestazione”. Prima di addormentarmi pensavo spesso alla mia inesperienza, alla paura, alla tremenda delusione che avremmo preso nel caso in cui ci saremmo trovati all’opposizione.
Poi, contando quanti giorni mi separavano dalle elezioni, mi addormentavo profondamente…

Le elezioni sono passate e ora siedo nel consiglio comunale di Azzano Mella con la lista civica Progetto Futuro, risultata vincente con il 49,15% dei voti.
Mi sono candidata perché la passione per “la politica” mi è stata trasmessa dai miei genitori, poi mi è rimasta dentro ed è cresciuta nel corso degli anni, tanto che mi ha portato a scegliere la facoltà di giurisprudenza.
Nel mio breve incipit, tento di darvi un’idea di quanto sia stata dura la mia campagna elettorale: un paese di nemmeno 3000 abitanti, dove la gente mormora, anche in chiesa, e molte persone sono imparentate tra loro; un comune che fino a poco tempo fa chiamava “forester” perfino coloro che dalla città prendevano residenza azzanese. Una comunità stretta attorno ad un ‘centro storico’ di origine rurale che fatica ad amalgamarsi con i nuovi quartieri residenziali, considerati ‘una cosa a parte’. Un paese che non vuole fare rete con i comuni limitrofi nell’erogazione di servizi, ma solo per la promozione di sagre a base di casoncelli e liscio. Paesi, quelli della bassa, dove gli immigrati sono tantissimi e dove l’unico luogo in cui si raggiunge un minimo di integrazione è la corriera del mattino, dove gli extracomunitari siedono accanto agli studenti, ragazzini appisolati contro il finestrino, con la musica commerciale nelle orecchie. Gli immigrati sono la maggior parte dei lavoratori delle industrie e dei campi della bassa bresciana, ma non esiste dialogo tra loro e le amministrazioni; nella “zona nuova” molti appartamenti sono sfitti e, giorno dopo giorno, invecchiano inesorabilmente, alla stessa velocità in cui i nuovi bimbi crescono e gli spazi della scuola elementare (appena costruita) già non bastano più. Se a tutto questo si aggiunge la questione del polo logistico, il quadretto è al completo.
Insomma, un comune qualunque della bassa, un micro-sistema che riproduce però uno spaccato di Paese: piccole questioni, faide tra famiglie, pettegolezzi; a questo si uniscono a grandi temi: ragazzi in evidente disagio sociale, pesanti fallimenti di imprese molto radicate sul territorio e, nuovamente, il Polo Logistico, questione che ha fatto spostare l’ago della bilancia di questa intensa campagna elettorale. Si tratta di una struttura di smistamento merci che coprirebbe uno spazio di 570.000 mq, classificata come “area agricola strategica”. Per questa opera di cemento, così impattante, non sono state seguite le procedure ordinarie necessarie (non è stata effettuata la valutazione ambientale strategica -VAS-) perché originariamente il progetto riguardava un’area di 400.000 mq, poi inspiegabilmente lievitati. Per questo i lavori sono stati bloccati dal Tar a cui si sono rivolti alcuni comuni contrari alla cementificazione selvaggia. Molti (interessati a vario titolo) affermano che la struttura (una “cattedrale nel deserto” perché distante da sbocchi autostradali), potrebbe offrire numerosi posti di lavoro (virtuali?), ma in realtà rischia solo di creare problemi idrogeologici, oltre che inquinamento, causando conseguentemente una drastica riduzione della qualità della vita.
Per conoscere gli ultimi sviluppi cliccate il link http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/25790/1/
Questo, in sostanza, è Azzano Mella, comune di cui sono amministratrice insieme al resto della “squadra” di Progetto Futuro.
Non saranno cinque anni facili, per molte ragioni: oltre a tutte quelle finora elencate, si registra un’ulteriore difficoltà che consiste nello sforzo per coinvolgere la popolazione. Pochi si avvicinano all’amministrazione comunale, forse per un timore reverenziale, forse perché si ha poca confidenza con la “cosa pubblica”. In altre parole, si ravvisa un problema forte nella mancata partecipazione dei cittadini alla vita del paese: questo ha determinato una distanza incolmabile che è stata scambiata dalla passata amministrazione per “fiducia” o peggio “carta bianca”. Almeno fino a quando è durata la vecchia amministrazione. Con la vittoria della nostra Lista civica possiamo finalmente voltare pagina e fare di Azzano un paese nuovo, a cominciare dagli amministratori. Con volti nuovi possiamo sperare in una rinascita della comunità, affinché questa torni ad essere più motivata e a sentirsi il vero “protagonista e beneficiario” dell’amministrazione.
Un’altra difficoltà piuttosto seria è rappresentata dall’eterogeneità della nostra lista civica: nonostante la regola iniziale posta a base della nostra campagna elettorale, cioè “nessuna pregiudiziale”, è naturale che, una volta seduti in sala consiliare, ciascuno si “muova” e si orienti a seconda della propria sensibilità politica. Ciò rende il lavoro di tutti tanto difficile quanto interessante. Nonostante la complessità descritta, sono certa che la mia avventura politica in qualità di neo-consigliere arricchirà la mia persona e mi farà crescere in esperienza e formazione.
Concludendo, devo ringraziare Espo (Francesco Esposto) perchè in un piovoso venerdì pomeriggio mi ha condotto “oltre Gibilterra”, verso un indaco mare: un blog interessante e stimolante, attraverso il quale spero vivamente di continuare a comunicare con Voi.
Un sorriso sincero
Vanessa

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