Ecco che cos’è il pacifismo

Ci pare interessante proporre la lettura della replica apparsa sui giornali di Domenica 27 Marzo 2011 di don Fabio Corazzina a Mariachiara Fornasari ed in allegato per chi volese approfondire il tema  una parte dell’inserto Domenica Sole24ore “Guerra e pace. Rischi di un nuovo pensiero unico” e la riflessione di Padre Giulio Albanese, missionario e giornalista esperto sui temi africani, sul blog http://www.vita.it.
 
La guerra non può essere modificata, deve essere abolita (Albert Einstein. Frase pronunciata all’indomani della Grande Guerra)

Per difendersi non c’è bisogno di offendere. Per proteggersi non c’è bisogno di ammazzare (T.Terzani “Lettere contro la guerra”, 2002)

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Programmazione urbanistica in Provincia di Brescia: è necessario cambiare rotta.

Ricordo che negli incontri a cui partecipavo durante le Primarie per l’elezione del Segretario Provinciale del PD, parlando di salvaguardia del territorio ripetevo come una sorta di mantra che “con l’urbanistica non si deve fare cassa”.
Intendevo denunciare quella posizione diffusa tra molti amministratori, anche di centrosinistra, secondo cui, a fronte della riduzione delle risorse necessarie per erogare servizi, sarebbe ineluttabile e giustificata la cementificazione del territorio per ottenere gli introiti (in particolare oneri di urbanizzazione ed ICI) indispensabili a “mantenere in piedi la baracca”.
Tale convinzione, unita purtroppo alla diffusa insensibilità di molti amministratori verso la tutela del bello e talvolta alla volontà dei medesimi di compiacere acriticamente le esigenze degli operatori (talvolta degli speculatori), ha causato negli ultimi anni in troppe zone della nostra Provincia veri e propri scempi: il territorio del basso Garda è stato per buona parte distrutto da vere e proprie colate di cemento, le pianure  abbondantemente ricoperte di capannoni  spesso costruiti solo per usufruire di benefici fiscali ed oggi vuoti, la città e l’hinterland riempiti di costosi appartamenti rimasti invenduti, ovunque sono sorti enormi  centri commerciali, talvolta inutili, quasi sempre orrendi.
Che l’ubriacatura di cemento stesse raggiungendo livelli intollerabili e che da anni si stesse gonfiando una vera e propria “bolla” era fenomeno evidente per chi avesse voluto guardare la realtà senza infingimenti, ma la politica ha preferito cavalcare l’onda: come troppo spesso accade ha assecondato i processi invece che guidarli, ha cercato di trarre vantaggio da ciò che avrebbe dovuto, se lungimirante, contenere.

Ho trovato piena conferma alle mie convinzioni nella recente ricerca “Fabbisogno di abitazioni a Brescia e nella Provincia”  redatta, su incarico della Cisl Lombardia, dal Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano.
Alcuni dati:
- il consumo medio annuo di suolo in Lombardia è pari a 7 volte il consumo medio nazionale,
- ogni anno la Lombardia cementifica lo 0,21% della superficie proprio territorio complessivo
- la Provincia lombarda che consuma annualmente in termini assoluti la maggiore estensione di suolo (929 ha/anno nel periodo 1999/2004) è Brescia,
- l’Italia ha un patrimonio di edilizia pubblica pari al 4,5% del totale delle abitazioni, a fronte del 34,60 dei Paesi Bassi, del 21% della Svezia, ma anche del 17% della Francia e del 6,5 della Germania,
- da qui al 2018 si stima per la Provincia di Brescia un fabbisogno non soddisfatto di 134.358 vani di edilizia sociale (24.155 nel solo capoluogo) e di 37.690 di edilizia convenzionata (7.692 nel capoluogo) mentre si prevede un eccesso di 107.081 vani di edilizia libera (5.460 nel capoluogo).

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BRESCIANITA’, LOMBARDISMO… parole vuote se manca un progetto

Le discussioni pubbliche che appassionano la classe politica negli ultimi tempi segnano una passione crescente per quei termini che richiamano esplicitamente l’appartenenza ad un territorio.
Ecco così che qui si sprecano ormai termini come brescianità e lombardismo.
Si riescono ad alimentare proprio su queste espressioni polemiche lunghe giorni e ci si spinge persino fino all’organizzazione di veri e propri convegni dedicati al tema.
Piacciono anche a me questi termini, quando rafforzano l’orgoglio e il senso di appartenenza ad un territorio.
Ma se non si accompagnano a una visione, a un progetto, se non si riempiono anche di sostanza, che senso possono avere?
La pesante crisi che ha colpito anche Brescia ci interroga sulle caratteristiche del nostro sistema economico.
Nello scenario di una economia che si è fatta, giorno dopo giorno, più globale, potrebbe sembrare insensato discutere di modello economico bresciano.
Io non credo peraltro sia così: certo non possiamo a Brescia non partire da una riflessione complessiva che investe l’Italia intera, l’Europa, l’economia del Vecchio Continente.
Ho letto a tale proposito un interessante confronto sulla rivista “Il Mulino” in cui si confrontano sui modelli di capitalismo Romano Prodi e Francesco Giavazzi.
Il presidente Prodi con estrema lucidità ci parla della sua simpatia per il modello tedesco, fondato sul mercato ma nel quale le imprese non sono chiamate a rispondere solamente al mercato ma, in un certo senso, all’intera società, o almeno a quelli che vengono chiamati gli stakeholders e cioè non solo gli azionisti ma anche ai sindacati, ai fondi collegati all’impresa, alle comunità locali.
Un capitalismo, quello tratteggiato da Prodi, più responsabile nei confronti della comunità, forse meno “rapido” ma causa e conseguenza insieme di società più coese, in cui la concertazione può ancora disegnare orizzonti condivisi e mobilitare risorse comuni.
Prodi insomma preferisce questo modello a quello più tipicamente angolosassone, più flessibile e veloce, capace di anticipare o assecondare senza esitazioni i cambiamenti ma anche meno attento alla coesione sociale, in cui le crisi diventano inesorabilmente congenite e strutturali, alternate a fasi di crescita vertiginosa, in cui il processo di finanziarizzazione dell’economia è marcato e fa prevalere logiche di massimizzazione del profitto a breve termine su qualsiasi altro obiettivo.
Il prof Giavazzi, sempre nel saggio richiamato, delinea invece i punti di forza del modello anglosassone: su tutti la capacità di innovazione continua, spesso conseguenza dello strettissimo rapporto tra ricerca, università e mondo delle imprese.
Giavazzi denuncia, inoltre, tra i limiti del modello tedesco la centralità attribuita alle esportazioni.
La salute di un sistema economico non si giudica dal saldo della bilancia dei pagamenti ma anche, e forse prioritariamente, da altri fondamentali fattori: i consumi, il risparmio, gli investimenti. Valori che indicano il livello di ricchezza di un sistema senza dimenticare variabili fondamentali come l’equità sociale e  il benessere collettivo.
Ecco insomma altre due elementi cruciali per capire Brescia e disegnare il suo futuro.
A parte i  dati ricorrenti sulla produzione, come stanno andando qui consumi e risparmi? E ancora: la nostra presenza forte nei settori tradizionali dell’economia fa di noi una Piazza più solida o ci porrà presto fuori dalla Storia?
Che senso ha questa mancanza di collegamento tra un sistema produttivo robusto come quello bresciano e l’universo complesso e variegato dei servizi alle imprese in cui la marcata latitanza ci rende più impreparati e vulnerabili?
In tutti i paesi maggiormente sviluppati e in quelli emergenti, si è compreso fino in fondo il vero fattore critico di successo del XXI secolo: il capitale umano.
Ecco quindi il perché di politiche di forte investimento sulla formazione e sulla ricerca.
Servono istruzione e conoscenza e per investire in conoscenza bisogna individuare le competenze che saranno utili in futuro.
Apriamo una discussione franca su come sta funzionando il sistema della formazione a Brescia: dai centri di formazione, passando per le scuole e concentrandoci poi sulle università.
Che laureati stanno formando i nostri atenei? Che ricerche stanno facendo? Che rapporto hanno costruito con le imprese e con le istituzioni locali?
Se oltre a lavorare tanto saremo capaci di ragionare tanto, allora di Brescia non si perderanno le tracce nei mercati globali di domani e usciremo più forti da questo tribolato inizio di terzo millennio.

Gianluca Delbarba

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Pro Energie Rinnovabili

Ci sono alcune ragioni per cui, a nostro avviso, appare piuttosto evidente l’inopportunità del decreto legislativo approvato dal consiglio dei Ministri lo scorso 3 marzo e che rischia di minare alla radice lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia.
La questione energetica è un (forse “il”) nodo geopolitico mondiale.
Una corretta gestione della stessa e l’aumento dell’indipendenza energetica dall’esterno dovrebbe costituire pertanto uno tra gli obiettivi primari del governo di un Paese.
Con gli argomenti che riportiamo di seguito non siamo a difendere a spada tratta il decreto vigente che norma gli incentivi alle rinnovabili, al fotovoltaico in particolare.
Certamente ci sono margini di miglioramento, ma scelte costruttive vorrebbero che questi vengano attuati non con provvedimenti estemporanei che, considerata la spinta che si vuole imprimere allo sviluppo del nucleare, viene il sospetto che tanto casuali non siano.
È quantomeno curioso infatti constatare che al decreto vigente, approvato fa questo stesso governo ad agosto 2010 ed entrato in vigore appena a gennaio 2011, venga data prospettiva di vita solo fino a fine maggio 2011.
Sul dopo regna l’incertezza totale: quanto di peggio per un investitore, che per muoversi chiede un quadro normativo certo e stabile, prima ancora della consistenza del vantaggio economico che ne può derivare.
Ecco di seguito quindi alcuni argomenti che, a nostro avviso, rendono assurda l’azione introdotta dal decreto.
1 - la qualità pessima dell’aria e le conseguenti targhe alterne che hanno vincolato in modo importante le nostre città, Brescia in particolare, nell’ultimo mese: quale costo hanno per la società? In termini economici immediati, ma anche in termini di salute dei cittadini? Ogni anno da 20 anni si sente ripetere “mancano interventi strutturali”, e qui si tagliano le gambe ad uno degli strumenti, abbinato alla riduzione dei consumi e alla produzione di veicoli elettrici e ibridi, che potrebbe portare alla soluzione del problema dell’inquinamento dell’aria nelle aree urbane e magari rilanciare un’industria automobilistica che potrebbe così guadagnarsi una posizione d’avanguardia nel mondo.
2 – la situazione geopolitica così come si sta configurando nel Nord Africa, con un’ampia fascia di Paesi (tra cui quelli dai quali noi compriamo buona parte del nostro gas) che si trovano in situazione di forte instabilità ed incertezza per il futuro. Il problema geopolitica non sarebbe sostanzialmente diverso per l’approvvigionamento di uranio, visto che non ne siamo produttori né trasformatori.
3 – i prezzi dei carburanti che vanno alle stelle: perchè nessuno mette a confronto il “costo delle rinnovabili nella bolletta degli italiani” con questo costo che ne svuota il portafogli? Perché nessuno confronta il costo delle rinnovabili con il costo attualizzato (vero e completo) del nucleare, compreso lo smaltimento e la custodia delle scorie per centinaia d’anni?
4 – un’economia inchiodata, che non muove un passo, e gli unici settori che in questi anni si sono difesi sono quelli legati all’efficienza energetica, alle rinnovabili, allo sviluppo sostenibile.
5 – una legislazione europea che invita a “rimuovere i vincoli allo svi.:luppo delle rinnovabili”; in questa c’è un trattato (il cosiddetto “20-20-20″) che ci impegna a ridurre i consumi e aumentare la produzione da fonte rinnovabile in modo significativo entro il 2020.
6 – la presenza di partiti al governo che si riempiono la bocca di federalismo (settentrionale e meridionale), raccolgono voti a mani basse sul territorio promettendo la difesa degli interessi locali, e non dicono una parola su questo atto che mira a sopprimere la produzione distribuita di energia (quanto di più democratico e federale si possa pensare) per avvantaggiare una gestione centralizzata del mercato energetico nazionale.
7 – partiti di opposizione che parlano di sostenibilità ma si fanno sfuggire l’occasione per inchiodare con le spalle al muro la maggioranza su un tema che abbraccia economia, finanza, sostenibilità, valorizzazione delle risorse locali.
8 – viviamo in un Paese che da anni lamenta l’assenza di investimenti dall’estero, e seghiamo alla radice uno dei pochi elementi che attraggono risorse dall’estero: ne sono testimonianza i numerosi fondi d’investimento internazionali che sono approdati in Italia negli ultimi anni e che, grazie a questo fenomeno, stanno anche costruendo legami con il tessuto imprenditoriale italiano.
Riteniamo siano argomenti sufficienti a motivare una presa di posizione di chi tra noi abbia il coraggio di guardare al futuro con la speranza di migliorare: non è certo l’unico tema “caldo”, ma certamente su questo fronte si gioca molto del modello socio-economico-culturale che intendiamo costruire: è simbolicamente lo snodo tra una società democratica e partecipata e uno Stato in cui il cittadino è considerato sempre più suddito, meccanismo di un sistema nel quale deve produrre per mantenere una fascia di potenti sempre più sottile e autorefernziale.
Andrea Re – Alessandro Gitti

A corollario di quanto scritto inseriamo un’interessante nota integrativa:

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Una proposta per il giardino Odorici a Brescia

Come residente al Carmine e come mamma fruitrice del giardino Odorici considero la vicenda del parco un’opportunità per capire qual’é il reale modo di intendere il rapporto con la città e soprattutto con i suoi abitanti di questa amministrazione, al di la dei facili proclami.
In una logica di “concertazione e condivisione” che pare diventata la nuova stella polare della giunta, o di una sua parte, e nel tanto parlare che si fa in circoscrizione centro di bilancio partecipativo e di ascolto delle proposte dei residenti, è arrivato il tempo di ascoltare davvero la voce dei cittadini, di quelli che chiedevano di non chiudere la biblioludoteca, di non riaprire le ztl, di non trasformare le piazze in parcheggi, di non smontare la pensilina ed ora di non tagliare 38 piante in modo ingiustificato.
Il parchetto, diventato famoso suo malgrado soprattutto per il progetto di “riqualificazione” che prevede il taglio di 38 dei circa 50 alberi esistenti, è composto dalla collinetta con gli alberi e dai giardinetti sottostanti con i giochi dei bambini, elementi oggi separati gli uni dagli altri data la scarsa accessibilità della collinetta stessa.
L’obiettivo di una vera “riqualificazione” dovrebbe, a mio avviso, far diventare tutti gli elementi citati parte integrante di quella che per i residenti del centro, soprattutto per i più piccoli, è un’ isola di verde e di svago all’interno di un centro storico assai poco “verde”.
La voce dei cittadini, e in particolare dei primi fruitori del parchetto, i bambini, chiede spazi fruibili all’aperto, erba, giochi ma non a qualsiasi costo, ossia non attraverso l’abbattimento di alberi sani.
I residenti del quartiere e i genitori sentono il bisogno di luoghi di aggregazione, stanze per far giocare i loro figli ma anche per parlare e incontrasi tra loro in spazi che diventi luoghi di coesione e di integrazione per tutti. Non chiedono un bunker, pur se rimesso a nuovo.
Questo è anche ciò che come consiglieri del Partito Democratico chiediamo da quasi tre anni in consiglio di circoscrizione, sentendoci rispondere ogni volta “bello, giusto, vero…ma mancano i fondi”.
Questo é quello che continuerò a fare per i due anni che mi restano alla fine del mio mandato, reagendo ogni volta che un progetto viene calato dall’alto, come sta accadendo con la caserma Randaccio, altro luogo fondamentale per la nostra circoscrizione la cui destinazione a campus universitario non dovrebbe in alcun caso privare di spazi i residenti in centro storico ma che anzi andrebbe anch’esso “pensato” insieme.
All’amministrazione chiedo di ripensare insieme al quartiere il progetto di riqualificazione del parco, di farne un terreno di prova per superare le barriere ideologiche e guardare alle esigenze e ai bisogni dei nostri concittadini. Magari un progetto “ripensato” consentirebbe di risparmiare qualcosa rispetto alla spesa prevista (pari a 1.600.000 euro complessivi) destinando risorse economiche alla nostra circoscrizione e alle esigenze dei suoi residenti. 
Il parco Odorici può diventare il luogo simbolico nel quale l’attuale amministrazione si dimostri capace di mettere in pratica quanto fin troppe volte ha proclamato: ascoltare i bisogni, agire per priorità, tutelare le fasce più deboli, investire con rispetto del denaro pubblico.
Questa è la sfida che vorrei lanciare al Sindaco e alla giunta: fare del piccolo parco Odorici, oggi “isola che non c’è”, una vera isola di verde (non tagliato), di svago, di integrazione e di coesione sociale.

27 febbraio 2011
Laura Venturi
Consigliere PD Circoscrizione Centro

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Una mail dal 1861

da: goffredo.mameli@quelli-che-hanno-fatto-l’Italia.1861.it
a:   popolo-italiano@confusione.2011.it            
oggetto : SILVIO NON VI SERVE PIU’!

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